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martedì 21 febbraio 2017

Buon anno Vietnam: 1° gennaio ad Haiphong, città autentica fuori dalle rotte convenzionali

Pubblico molto volentieri il racconto di viaggio di Fabrizio, affezionato lettore di questo blog (e di molti altri) e attento viaggiatore fai-da-te. Si parla di Haiphong, tappa insolita di un tour del Vietnam. Grazie a chi legge e a chi scrive!

Hai Phong è la terza città del Vietnam ed il primo porto commerciale della Nazione. E’ una città moderna, tutta in fermento e proiettata verso un prospero avvenire, essendo il punto di approdo e di partenza delle merci destinate alla parte settentrionale del paese. E’ dotata di un moderno aeroporto, e quindi ha tutte le carte in regola per ritagliarsi un posto di primo piano nel contesto nazionale. Stranamente è tagliata fuori dalle rotte turistiche convenzionali, ed ha la nomea di “città della mafia”, che la penalizza non poco. È risaputo che il turismo occupa oggi un posto importantissimo nell’economia nazionale.
Secondo il mio programma di viaggio da nord a sud, Hai Phong era un ottimale scalo per il centro del Paese. Siamo arrivati in questa città provenendo dalla Baia di Halong il primo giorno dell’anno, a bordo di un robustissimo bus di linea condotto da un pilota che ha messo a dura prova ed esaltato le parti meccaniche del mezzo con una guida, per dirlo con un eufemismo, molto “allegra”, riuscendo a spremere fino all’ultimo cavallo il motore del mezzo, guidando quasi sempre a ridosso della linea di mezzeria della carreggiata, in perenne sorpasso e a velocità folle attraverso ameni paesaggi agresti e centri abitati.
Abbiamo sostato ad Hai Phong una notte, pernottando all’hotel Haong Hai, economico, centrale e pulito, dal quale la mattina seguente abbiamo raggiunto l’aeroporto in un battibaleno. Il tempo qui trascorso è stato quello che più ci ha fatto vivere ed apprezzare il posto, in quanto non abbiamo visto traccia di occidentali.
Una volta espletate le formalità di accettazione, alle 16,00 circa ci siamo ritrovati in strada per iniziare la visita della città. Per prima cosa, avendo necessità di valuta locale ci siamo recati in banca, ma l’impiegata ci ha comunicato che lo sportello era fuori servizio causa festività (!) e comunque ci ha invitato a rivolgerci ad un negozio di oreficeria che funge anche da cambiavalute. Raggiunto il locale ho appurato che forse quello che si dice della mafia locale ha un minimo di fondamenta: ho cambiato euro ad un tasso vantaggiosissimo, mentre vicino a me il contatore di banconote non smetteva di propagare il fruscio di banconote da 100,00 dollari di nuova emissione che un impassibile signore continuava a porgere al dipendente della gioielleria. Sono rimasto impressionato dal numero di banconote impilate sul tavolo.

Il nostro hotel si trova a circa metà strada fra il teatro dell’opera e la stazione ferroviaria, a ridosso di un mercato, che abbiamo immediatamente deciso di visitare. Qui di turisti nemmeno l’ombra, e l’ambiente è quanto di più genuino ci può essere: un’esplosione di colori, di profumi (e non), di rumori e di sapori che solo i mercati asiatici sanno proporre. Ci siamo immersi quindi nelle viuzze stracolme di bancarelle e mercanzie di ogni genere, alimentari per lo più: frutta, verdura e pesce in quantità industriali, lavate e pulite sui marciapiedi rilasciando rigagnoli di acqua sporca colorata del rosso del sangue e dell’argento delle squame dei poveri pesci scorticati vivi. Nell’ambiente coperto in un dedalo di passaggi sono ammassati quantitativi enormi di mercanzie, in uno spazio buio e claustrofobico che ci ha fatto guadagnare in fretta l’uscita all’aria aperta, per quanto appesantita da fumo e odori forti. L’odore della carne grigliata ci ha sollecitato le narici, ed abbiamo sostato presso una cucina all’aperto dove una processione continua di gente sostava per uno spuntino veloce per poi dileguarsi alle proprie faccende. Abbiamo gustato dei Banh Mi, semplicemente eccezionali.

A parte il mercato, luogo di incontro per antonomasia, abbiamo osservato che la gente “vive” la propria città, radunandosi in molteplici capannelli lungo i marciapiedi degli ampi viali a socializzare di fronte ad una birra, un caffè o ad una ciotola di zuppa a tutte le ore. La zona che abbiamo visitato è degna del confronto con una grande città europea; se non fosse per il solito immane traffico caotico che innalza a livelli esponenziali i valori dello smog, sarebbe senz’altro una città vivibile. Il nuovo ha ormai sopraffatto la vecchia città coloniale: resistono ancora pochissime basse costruzioni circondate da altissimi palazzi di vetro e cemento che le lasciano perennemente e mestamente in ombra.
Del periodo francese meritano un cenno di nota per una visita esterna il palazzo del Teatro dell’Opera, chiuso, e le chiese cristiane fra le quali la bella Cattedrale, tutte chiuse anch’esse. Una bella passeggiata a piedi è la cosa migliore che si possa ottenere. La sera il traffico cala sensibilmente, ed i marciapiedi si popolano di gente e di attività all’aperto; ci sediamo ad uno di questi tavoli per consumare una ciotola di zuppa, vicino ad una giovane coppia. Lui ci chiede da dove veniamo, quindi: “ah, A.C. Milan, good football team!” Io vorrei rispondergli che per me nei campi da calcio ci potrebbero pure piantare le patate, ma nel frattempo ha già ordinato una birra, e con un largo sorriso me ne porge un bicchiere accennando un brindisi, non so se a noi o al Milan, mentre la compagna dagli occhi di cerbiatta ci guarda incuriosita. Il loro inglese non è certamente migliore del mio, ed allora lascio che il solo tintinnio dei due bicchieri che si toccano suggelli il rito. Al diavolo il Milan, Auguri Vietnam!

martedì 9 febbraio 2016

Villaggi di minoranze etniche, dove andare: Sapa o Mai Chau?

Le risaie, gli altopiani verdi, i giri in bici tra i campi e il sorriso delle donne in abiti tradizionali sono alcune delle immagini più ricorrenti sul Vietnam. Per coglierne l'essenza si può andare nei villaggi di montagna abitati dalle minoranze etniche e vivere qualche giorno con loro in una casa-palafitta. La località più nota è Sapa, tribù montana vicina al confine cinese e a quello con il Laos. La maggior parte delle fotografie del Vietnam - volti di persone e terrazzamenti verdissimi – è stata scattata qui. Per raggiungerla ci vogliono più di nove ore di treno o pullman da Hanoi. Al momento della mia partenza ero convinta che Sapa sarebbe stata una tappa imperdibile del mio viaggio. Ma una notte in treno o pullman e il cattivo tempo che avremmo trovato, mi hanno fatto cambiare idea. Vivere questo luogo incantevole con pioggia battente e nebbia costante non è certo l'ottimale. Non volendo perdere questo tipo di esperienza, ho trovato una soluzione alternativa.
Mappa Mai Chau
Ho quindi deciso di andare nella vallata di Mai Chau, distante 135 chilometri da Hanoi e raggiungibile con la corriera diretta o facendo cambio nella stazione di Hoa Binh per un totale di circa 4-5 ore di viaggio. Il pullman si ferma nell'unica strada che attraversa le montagne. Qui ci sono delle abitazioni normali (per normali si intende con mattoni e cemento). Proseguendo dritto verso la montagna, sulla destra si trovano dei sentieri che portano ai villaggi Ban Lac 1 e Ban Lac 2, abitati dalle minoranze etniche. Le case sono capanne o palafitte. Gli abitanti ti vengono incontro offrendoti vitto e alloggio per una notte. Si dorme per terra avvolti da grandi piumoni e nella maggioranza dei casi il bagno è in comune con altri viaggiatori. Per il mio soggiorno a Mai Chau ho scelto una soluzione più organizzata trovata su Booking: un piccolo complesso di capanne con bagno privato che si chiama “Mau Chau Farmstay” (414.000 dong = 16 euro, cena compresa). L'esperienza in questa struttura di legno e bambù è stata complessivamente positiva, però, con il senno di poi vi consiglio di trovare un altro posto dove dormire.
Vi descrivo cosa ho trovato: il “Mau Chau Farmstay” si trova un po' fuori il centro abitato dei villaggi, alla fine di una strada che guarda verso la montagna. Oltre al bagno privato, il vantaggio è il silenzio assoluto interrotto soltanto dai rumori della natura (pioggia, galli, anatre e altri animali). Sembra infatti di dormire all'aperto. Le altre capanne, invece, si trovano al centro del villaggio dove la sera c'è un minimo di movimento: bancarelle che vendono oggetti artigianali, bimbi che giocano, musica tradizionale o persone che fanno grigliate. Insomma, la vera vita di un villaggio. Il “Mau Chau Farmstay”, poi, appartiene alla stessa proprietà che possiede anche un albergo (una sorta di resort ecologico) e per questa ragione è gestito in maniera più imprenditoriale. Il ragazzo che ci ha accolto e che vive lì con la famiglia è un dipendente e non è neanche originario del posto. La cosa bella di stare a Mai Chau, invece, è proprio quella di vivere a contattato con la minoranza etnica dei Muong (l'altra etnica è quella dei Thai bianchi). Ed è soprattutto per questo motivo che vi consiglio di dormire in una delle loro case. Tra le altre cose positive, la farmstay mette a disposizione degli ospiti le biciclette e, compreso nel prezzo, ti offrono un tour guidato su due ruote in giro per la vallata. Purtroppo io non ho potuto usufruire di questo servizio perché il ragazzo-gestore che ce lo aveva proposto al momento della prenotazione, si è poi tirato indietro accampando scuse (cosa, ovviamente, che mi ha indispettito parecchio).
La vita nel villaggio scorre lentamente tra polli, galline e cagnolini. I bimbi giocano nei campi. Il tempo viene scandito dai ritmi di lavoro. Fino al tramonto si vedono donne che raccolgono e trasportano ceste piene di riso. Di sera le ragazze continuano a lavorare il cotone nei telai producendo meravigliosi tessuti per sciarpe, foulard, coperte o tovaglie. È bellissimo vederle all'opera. Per non appesantire il mio zaino da 7 chili, ho comprato molto poco. Ma se potessi tornare indietro nel tempo farei il pieno di queste stoffe artigianali uniche, senza dubbio uno dei migliori acquisti da fare in Vietnam.

mercoledì 3 febbraio 2016

Gita in barca sul Delta del Mekong

La mia esperienza sul delta del Mekong si limita a una gita in barca al mercato galleggiante nei pressi della cittadina di Can Tho. Avendo tempo e voglia, però, ci si può avventurare meglio nel fiume più grande dell'Indocina e che attraversa un po' tutti i paesi del Sud Est Asiatico (Cina, Thailandia, Laos, Cambogia per sfociare poi nel Sud del Vietnam). Per esempio, mi sarebbe piaciuto visitare i famosi Templi di Angkor Wat seguendo un percorso via terra e via fiume lungo il Mekong. Ma questo avrebbe richiesto almeno 2-3 giorni in più di viaggio, con la possibilità di vedere con i proprio occhi la vera vita che scorre  lungo questo maestoso corso d'acqua e sui canali più piccoli. Ad ogni modo, una tappa a Can Tho consente di avere un assaggio di tutto questo.
La città è abbastanza moderna. Ci sono centri commerciali, tante banche e un museo della guerra ospitato all'interno di una caserma militare nuova di zecca. Parte della popolazione continua a vivere di pesca anche se moltissime barche non vengono più utilizzate per questo fine, ma per accompagnare i turisti alla scoperta del Mekong. Il turismo è diventato il nuovo business. Appena arrivati al porto, infatti, le mogli dei barcaioli ti inseguono per vederti la qualunque: una gita sul fiume, una notte in una homestay, un pasto al ristorante. Devo ammettere che sono anche un po' fastidiose. Tuyen, un ragazzo di 40 anni, invece è stato gentile e poco invadente sin da subito. E alla fine si è rivelato una guida eccellente (il suo cellulare vietnamita è 0938.690842). Un barchino di legno a motore e con tante sedioline (tipo quelle che ci sono a scuola) è stato il mezzo che ci ha portato per 4 ore in giro per il fiume (350.000 dong = 15 euro per 2 persone). È meglio partire al mattino presto per vedere il mercato galleggiante nel pieno dell'attività. Qui le barche si trasformano in bancarelle, ognuna ha la sua specialità: ci sono quelle piene di cavoli verza, quelle dedicate soltanto al commercio di frutta esotica e via dicendo. Poi ci sono barchette più piccole (tipo gondole) che fungono da bar dove una signora – quasi sempre a piedi nudi – prepara il caffè o una zuppa muovendosi tra barattoli e contenitori che mi ricordano i giocattoli che usano le mie nipotine quando fingono di cucinare qualcosa da mangiare.
Mercato galleggiante sul Mekong
La mia gita prevedeva anche una tappa presso la fabbrica dei fogli di carta di riso, ingrediente tipico della cucina vietnamita impiegato soprattutto nella preparazione degli involtini primavera. La chiamano "fabbrica" ma questa è una parola grossa. Più che altro sembra una casa di campagna con un po' di terreno attorno dove lavorare e far asciugare  i fogli di riso sotto il sole pallido del Vietnam. Ci sono anche i macchinari – molto semplici e mossi dall'uomo – per trasformare la poltiglia di riso bianca come il latte in noodle o in grandi dischi simili a piadine. Accanto a questa piccola catena di montaggio scorrazzano galline, polli, cani e gatti. Tutto viene maneggiato dalle mani degli operai rovinate dal lavoro. Non mancano mosche e insetti vari. Questo quadretto che sto descrivendo mi ha fatto capire perché nelle scatole di riso che conserviamo nelle nostre belle credenze c'è sempre scritto di sciacquare accuratamente il prodotto prima di cucinarlo (e adesso, dopo questa esperienza, lo faccio puntalmente!!).

Ho pernottato una notte a Can Tho, presso il West Hotel (800.000 dong = 32 euro). L'albergo è elegante e frequentato da molti occidentali. L'ingresso principale si affaccia sul mercato. L'impatto, visto gli odori e la confusione, può sembrare sgradevole ma in realtà è molto suggestivo. Inoltre, l'hotel mette le biciclette a disposizione degli ospiti dando la possibilità di visitare la città più agevolmente.

venerdì 29 gennaio 2016

Tappa a Phu Quoc, l'isola del pepe e del relax

Cosa fare e dove andare in questo pezzo di terra più vicino alla Cambogia che al Vietnam.
Il mercato notturno di Duong Duong, le coltivazioni di pepe e le foreste tra cascate e mangrovie.
E tanti cantieri per la costruzione di nuovi resort che stanno cambiando il volto di questa isola

Nella vita è bello parlare chiaro: se andate sull'Isola di Phu Quoc convinti di trovare mare caraibico, cambiate destinazione. In giro per il mondo c'è molto di meglio. Per completezza di informazione è giusto sapere che io sono siciliana e ho la fortuna di fare il bagno in posti bellissimi. Per questo quando sono in viaggio non cerco mai una vacanza di mare ma sento la necessità di averlo vicino, anche solo per guardarlo (“Il mare non ha paese nemmeno lui ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare di qua e di là dove nasce e muore il sole”: parole di Giovanni Verga, siciliano anche lui). Ed è quello che ho fatto in Vietnam: 21 giorni in viaggio, di cui 4 nell'Isola di Phu Quoc, tante passeggiate in riva al mare e nessun bagno all'attivo. Neanche la splendida distesa di sabbia bianca e gli alberi di cocco di Sao Beach mi hanno convinto (forse i venti non erano a favore), nonostante il paesaggio sia quello di una spiaggia selvaggia dove da un momento all'altro potrebbe spuntare Robinson Crusoe insieme con il suo amico Venerdì. Al di là del mare e dei miei personalissimi gusti, Phu Quoc è comunque il posto ideale dove rilassarsi per qualche giorno dopo un anno di lavoro o dopo le fatiche di un viaggio zaino in spalla.
Sao Beach
Andiamo con ordine. Phu Quoc ha una superficie di oltre 500 chilometri quadrati e si trova nel cuore del golfo della Thailandia e quasi più vicina alla Cambogia che al Vietnam. I collegamenti sono agevoli. Si può raggiungere via mare da Rach Già oppure con voli giornalieri da Hanoi, Ho Chi Minh, Can Tho e altre città. La natura è imponente: ci sono giungle, foreste di mangrovie e piccole cascate. L'offerta turistica è ogni anno maggiore e per questa ragione di recente è stato aperto un nuovo aeroporto super-moderno. Del vecchio scalo aeroportuale è rimasta soltanto la pista che, pur non essendo una strada aperta ufficialmente al traffico, viene presa dai vietnamiti per passare da una parte all'altra dell'Isola. È divertente percorrerla in motorino, cercando di scansare persone e animali. Lo sviluppo turistico non si è ancora arrestato: la costa di Long Beach è già piena di alberghi e resort ma, a guardare gli investimenti in corso, nei prossimi anni se ne conteranno molti di più stravolgendo completamente la fisionomia di questo pezzo di terra in mezzo al mare. Naturalmente, gironzolando, mi sono trovata nel bel mezzo di uno dei tanti cantieri dove lavorano centinaia di vietnamiti. Qui, attorno a gru e camion, ci sono veri e propri accampamenti di operai che vivono in baracche con le proprie famiglie (in Sicilia si dice “casa e putìa”) e con i servizi di base come bar, barbieri e altro. Nel giro di poco, al loro posto, ci saranno nuovi resort con piscine, centri benessere, campi da golf e suite pronte ad accogliere ospiti danarosi, specialmente i russi che sembrano andare pazzi per Phu Quoc. D'altronde qui si sta bene. Si mangia pesce a volontà, di tutti i tipi e di tutte le specie. Crostacei e frutti di mare la fanno da padrona, ma nelle bancherelle del mercato notturno di Duong Duong si potranno scegliere anche altri animali marini che si muovono nelle vasche in attesa di essere cucinati o grigliati: rane, anguille, serpenti e altri pesci strani o più comuni. Il mercato si snoda su un'unica strada lunga: la prima parte è dedicata alla ristorazione (ragazzi, ogni tanto si incontra un topo o uno scarafaggio, ma dopo aver mangiato il mio stomaco non ha protestato!!); nella seconda ci sono un po' di cineserie, vestitini, infradito di gomma (made in Vietnam, naturalmente) e souvenir vari. I commercianti proveranno a vendervi le perle di Phu Quoc, ma c'è da fare molta attenzione. Le fabbriche di perle, infatti, sono un'invenzione degli ultimi anni per far spendere soldi ai turisti. A quanto pare i neozelandesi hanno portato qui questo business, ma in realtà le coltivazioni di ostriche non sono autoctone. In poche parole, la visita a una “Pearl Farm” (ce ne sono 2-3 sparse per l'Isola) non è altro che una passeggiata dentro un negozio scintillante quanto Tiffany. Dentro le teche sono esposti bracciali, anelli, collier e orecchini di perle per tutte le tasche: da 20-30 euro fino migliaia di euro. I gioielli più economici vengono dalla Cina. Non credo si facciano grandi affari, ma le perle hanno sempre il loro fascino quindi ho dato volentieri un'occhiata.
Coltivazione di pepe
Una vera produzione di Phu Quoc, invece, è quella del pepe. La pianta di pepe è simpaticissima da vedere: si tratta di un rampicante con belle foglie verdi che cresce su un palo. Ci sono tante coltivazioni in giro per l'isola e i proprietari sono disponibili a far visitare i campi soprattutto se poi si acquisterà un barattolo di pepe (rosso, nero o bianco). Un altro prodotto tipico è la salsa di pesce “Nuoc Mam”: si tratta di un ingrediente essenziale della cucina vietnamita che dà un ottimo sapore ai piatti. Tuttavia avvicinarsi a una fabbrica di “Nuoc Mam” richiede una buona dose di coraggio: l'odore è disgustoso, si sente a metri di distanza e per questa ragione mi sono tenuta alla larga (e non sono l'unica a pensarla così). Non è un'esagerazione. Basti pensare che è vietato portare questa salsa in aereo perché se malauguratamente si dovesse rompere il contenitore, sarebbe un grosso guaio per chi è a bordo.
Da non perdere è la visita alla prigione di Phu Quoc chiamata anche “Coconut Prison” dove francesi e americani rinchiudevano i vietnamiti della resistenza sottoponendoli a torture brutali e selvaggi. Sembra un campo di concentramento. Ci sono delle riproduzioni dei soldati e dei prigionieri che mostrano le atrocità di questa guerra. Viene da piangere.
Coconut Prison a Phu Quoc
Tornando alle frivolezze, vi consiglio di concedervi qualche giorno di relax in un resort che qui hanno prezzi sicuramente più abbordabili rispetto a quelli europei. Io sono stata al Famiana Resort (guarda caso, la proprietà è russa) approfittando di una promozione trovata su Booking.com (circa 100 euro a notte). Siccome la vita da resort dopo mezzo pomeriggio mi snerva, ho provato anche un 3 stelle nuovo di zecca, Praha Hotel, dove mi sono trovata molto bene (circa 30 euro a notte). Infine, approfittate delle atmosfere esotiche del “Mango Resort” che ha una bella terrazza di legno proprio sul mare. Si trova nella parte nord dell'isola e non è molto agevole arrivarci. L'orario migliore è quello del tramonto che su questa isola è davvero speciale. 

lunedì 25 gennaio 2016

La Baia di Ha Long vista da Cat Ba

Halong Bay è una tappa obbligata del tour del Vietnam. Dichiarata patrimonio dell’Unesco, la baia è un’insenatura nel Golfo del Tonchino costellata da circa 2.000 isolette che sbucano dal mare. Una leggenda dice che l’origine di questi faraglioni derivi da alcuni dragoni mandati dagli dei in soccorso dei vietnamiti che erano in guerra con l’invasore cinese. I dragoni iniziarono a sputare rocce che poi si trasformarono in isole. Un’altra leggenda narra, invece, che muovendo la coda i dragoni distrussero pezzi di terra creando così insenature d’acqua tra un faraglione e un altro. Qualunque sia la storia sulla formazione dell’arcipelago, resta il fatto che Halong bay è un posto incantevole dove mare e terra si fondono in un verde verdissimo.
L’acqua è incredibilmente calda e sempre liscia come l’olio. Ci sono centinaia di case galleggianti coloratissime dove vivono e lavorano i pescatori con le loro famiglie. La baia è così bella che, gioco forza, è diventata una grande attrazione turistica e anche molti vietnamiti, specialmente quelli che vivono ad Hanoi, vengono qui per fare il bagno. Sembra che in alta stagione sia quasi impossibile godere della meraviglia del posto. Per questa ragione, ho preferito evitare il tour classico che porta da Hanoi ad Halong City che viene descritta da alcuni blog con un lungomare cannibalizzato dal cemento e dai venditori di giri in barca. Così, anche in questo caso, ho fatto il mio tour alternativo.
Un treno scassatissimo mi ha portato ad Haiphong, la città moderna più ordinata e pulita che ho visto in tutto il mio viaggio. Ho pernottato al Cozi Hotel (che, ho scoperto poi, quasi sicuramente era un albergo ad ore) e il giorno dopo di mattina presto mi sono recata all’imbarcadero per prendere l’aliscafo che in un’ora mi ha portato a Cat Ba, isola particolarissima che si affaccia sulla Baia di Halong. È stata un’ottima scelta perché l’isola è tranquilla. Il silenzio della bassa stagione ha fatto il resto. Ho alloggiato in un alberghetto sul lungomare. Si chiama Bay View (9 dollari): vista spettacolare ma bagno antiquato e per i miei standard inavvicinabile. La famiglia che lo gestisce (che mangiava ostriche dalla mattina alla sera!) era molto gentile e ci ha organizzato il giro in barca di 4 ore che comprendeva vogata in kayak e fermata a Monkey Island (le scimmiette sulla spiaggia ci sono sul serio!).
Bella anche la vita sull’Isola: qui si può noleggiare tranquillamente uno scooter (cosa sconsigliata nel resto del paese) e fare una salto al Fort Cannon, il punto più alto di Cat Ba dal quale si può ammirare bellezza della baia. Non a caso, poi, vista la posizione strategica questo promontorio è stato utilizzato a turno da giapponesi, francesi e vietnamiti durante le varie guerre che si sono susseguite in questo paese. Imponente la giungla e il parco nazionale. Io non ho potuto vederlo, ma merita assolutamente una visita anche “The Hospital Cave”, una grotta naturale trasformata in un rifugio e ospedale durante la Guerra del Vietnam. Perdendomi tra le strade dell’isola, mi sono imbattuta in una spiaggia resa gigante dalla bassa marea. Qui ho assistito alla scena più bella di tutto il viaggio che è stata immortalata in uno scatto che, non a caso, ho voluto mettere come sfondo di questo blog. Erano passate le sei del pomeriggio e una vecchietta (4 ossa che insieme non pesavano più di 45 chili) rastrellava la sabbia con un bastone più grande di lei. Era alla ricerca di qualcosa. Un sorriso sdentato e due mani che aprivano un sacchetto hanno soddisfatto la mia curiosità: cercava vongole. Sono queste “insignificanti” emozioni che mi fanno venire voglia di viaggiare.  

mercoledì 20 gennaio 2016

Tappa Hoi An: la città delle lanterne

Dopo aver trascorso una mattinata piovosa nella cittadella imperiale di Huè, un comodissimo sleeping bus della compagnia “Open Bus” mi ha portato direttamente nel cuore di Hoi An, suggestiva cittadina del Vietnam Centrale famosa per le lanterne colorate che rallegrano le stradine lungo il fiume. Qui l’atmosfera è suggestiva. La città vecchia è tranquilla e incredibilmente con poco traffico di motorino e biciclette. Le vie del centro sono piene di locali per turisti e di botteghe che preparano abiti sartoriali su misura. Questa città è una tappa imperdibile del tour del Vietnam, anche se forse è un po’ troppo “impacchettata” dal punto turistico. D’altronde, però, la posizione sul fiume e il mix di architettura coloniale con quella tipica delle pagode, hanno fatto di Hoi An uno dei siti dichiarati patrimonio dell’umanità dall’Unesco.

Hoi An: la città delle lanterne
È bello passeggiare la sera lungo il fiume e fermarsi a guardare le bancherelle di strada. Le vecchiette – con un po’ di gobba e alte non più di 1 metro e 50 – si avvicinano per vendere candele avvolte in un involucro di carta colorata da accendere e adagiare sul letto del fiume. Per cenare c’è l’imbarazzo della scelta. Ci sono molti locali che soddisfano il gusto occidentale. Io ho optato per una via di mezzo: “Vi Que” è un localino moderno con vista fiume che serve pietanze tipiche della cucina locale. Ho ordinato una “Hot Pot” a base di gamberi. Mi hanno dunque portato una pentola piena di brodo che riceve calore costante da un fornello. Dentro si butta di tutto e di più: pesce e moltissime verdurine ed erbe che conferiscono un ottimo sapore alla zuppa. A bollitura ultimata si può iniziare a mangiare!
Vista dal ristorante sul fiume
Hoi An è piena di cose da fare: si può andare in una sartoria e farsi confezionare un abito (magari il costume tipico chiamato Ao Dai: leggi post precedente, ndr), partecipare a un corso di cucina vietnamita, acquistare il ticket unico che consente di visitare 5 monumenti della città vecchia (l’interno del ponticello giapponese – un po’ deludente – musei, pagode e le tipiche dimore porticate costruite dai francesi). Consigliatissimo è il giro in bici. Ci sono moltissime agenzie locali che organizzano gite su due ruote. Il costo è di circa 20 dollari a persona. Dal momento che la guesthouse dove alloggiavo (si chiama “Han Hujen Homestay”) mette le biciclette a disposizione dei suoi ospiti, la scelta si è orientata verso un tour fai-da-te seguendo gli itinerari suggeriti dal web. In altre parole, con una bella passeggiata ho raggiunto il villaggio vegetale Tra Que che si trova poco fuori la città. Qui ci sono dei fazzoletti di terra con tutte le sfumature del verde dove si coltivano spezie ed erbe aromatiche. I contadini che lavorano nei campi ti guardando sorridendo e sono pronti a spiegarti (anche a gesti) cosa stanno facendo.
Villaggio vegetale Tra Que
Proseguendo nella pedalata, si arriva sulla costa per una sosta presso la spiaggia di An Bang. La sabbia è dorata e fine. È possibile noleggiare una sdraio. Quel giorno il mare era agitato e personalmente non mi è sembrato un granché (anche se c'è da dire che io sono abituata ad immergermi nelle bellissime acque della Sicilia: a proposito, se cercate una vacanze di solo mare, venite nella mia isola e non in Vietnam!). Inoltre, mi corre l’obbligo di segnalare che appena arrivati all’ingresso della spiaggia di An Bang, un custode dall’aspetto minaccioso obbliga i turisti a posteggiare bici o scooter in un parcheggio a pagamento. Da quello che ho potuto constatare questa regola non vale per i vietnamiti che indisturbati superano la sbarra di ingresso con qualsiasi mezzo. Pessimo biglietto da visita che ha influenzato negativamente il mio giudizio sul posto.
Se siete amanti dei massaggi, è bene sapere che nella periferia di Hoi An, poco fuori dal centro storico, si trova un piccolissimo ma ottimo centro benessere. Si chiama Pandanus Spa (indirizzo: 21 Phan Đình Phùng, Cẩm Châu) e negli anni ha collezionato recensioni entusiasmanti e meritate su Tripadvisor. In Vietnam una delle attività commerciali più gettonate è proprio quella che propone massaggi, ma molte volte sono deludenti. Il centro benessere di Hoi An, invece, è un porto sicuro e la gentilezza del proprietario è fuori dal comune.  Da provare il massaggio svedese.

Avendo la bicicletta a disposizione, vi suggerisco di addentrarvi anche nell’isolotto di Cam Nam collegato alla città tramite un ponte strettissimo (incredibilmente a doppio senso!). Qui non ci sono attrazioni turistiche particolari, ma è possibile vedere come vivono i vietnamiti. L’immagine che mi è rimasta più impressa è quella di un improvvisato campo di calcio pieno di bambini e ragazzi che giocavano a pallone. Da Cam Nam non passano molti turisti. Forse è per questa ragione che i più piccoli mi guardano incuriositi e sorridendo dicevano “Heeelllllooo!”. Questa parola pronunciata dai bambini mi ha accompagnato per tutto il viaggio.

mercoledì 13 gennaio 2016

I noodle della pace e le storie dei Vietcong


Nel distretto n.3 di Saigon, in Ly Chinh Thang Street al civico n.7, c’è un locale chiamato Pho Binh. A guardalo da fuori, è il tipico magazzino sulla strada con cucina e tavolini dove si servono tutte le classiche varianti delle zuppe di noodle. In realtà, è molto di più di quello che sembra in apparenza. È il luogo simbolo dell’arroganza e onnipotenza americana e, allo stesso tempo, del coraggio vietnamita.
L'ingresso del locale Pho Binh
Alla fine degli anni Sessanta, i soldati Usa venivano qui per ristorarsi dopo le fatiche di una guerra che presto sarebbe diventata fallimentare. Allo stesso tempo, il proprietario Ngo Van Toai, segretamente Vietcong, metteva a disposizione del direttivo dei ribelli il piano superiore del locale. Quella stanza dal pavimento a scacchi bianco e bordeaux diventò un vero e proprio quartier generale per i vietnamiti comunisti che si riunivano di nascosto per pianificare i loro attacchi contro l’Ambasciata americana e quelli dell’Offensiva del Tet del 1968.

La stanza dove si riunivano i Vietcong





Dopo quasi cinquant’anni, il locale di Ngo Van Toai è ancora aperto ed è stato ribattezzato da alcuni il locale "Peace Noodles". Il proprietario non c’è più, ma la famiglia continua a preparare le zuppe Pho e a raccontare le storie dei reduci di guerra. Vale la pena abbandonare i percorsi turistici per recarsi in questo quartiere tutto vietnamita e ordinare qualcosa da mangiare. Dopo aver consumato la noodle soup (tra l’altro, molto buona) un signore di circa 60 anni vi farà salire su una scala (che si affaccia su una cucina molto confusionaria) che porta alla stanza segreta dei vietcong. Qui tutto è rimasto tale e quale. Ci sono gli arredi di un tempo e persino le tazzine che usavano i ribelli comunisti per il thé o il caffè. Sulle pareti sono state appese le fotografie di alcuni vietnamiti che hanno perso la vita durante l’attacco all’Ambasciata e in altre occasioni di guerra. Tra tutti i personaggi in mostra sono pochissimi quelli che l’hanno scampata. Tra questi c’è anche il sessantenne che vi accompagnerà nella visita. Alto non più di 160 centimetri, corporatura esile e viso scavato, vi racconterà in un inglese veloce e a tratti incomprensibile la storia di quel folle gruppo di vietcong (uomini e donne) che si riuniva mentre gli americani banchettavano al piano di sotto con le ciotole colme di spaghettini scotti. Con gli occhi vivi e un sorriso dolce e sgangherato, vi mostrerà la cicatrice sulla sua gamba destra, brutto ricordo di un ordigno esploso troppo vicino. O vi dirà che soffre ancora d’asma perché per giorni si è nascosto con la faccia dentro la terra compromettendo così l’apparato respiratorio. Sarà disponibile a far scattare fotografie - anche con lui - e alla fine della visita vi mostrerà un quaderno pieno di commenti dei visitatori, fotografie e cartoline raccolte in questo mezzo secolo di attività. Dopo la guerra, il locale è stata frequentato anche da molti americani che sono tornati sul posto forse per fare pace con se stessi e con questa brutta pagina di storia. 
Non perdete questa esperienza.